Fatti baciare gli occhi

Ti stringo le spalle con le mani

ti stringo forte le spalle

tirale su, spingi indietro, alza la testa.

Guardami sorella,

guardati.

Ti sostengo forte il cuore ogni volta che affondi e dimentichi

di poter balzare leggera e agile al centro della tua ragnatela.

Ti sfioro i capelli sorella, sanno di zolfo e sale

del tuo fuoco che arde

del tuo respiro che batte

del tuo ventre che rinasce.

Guardami sorella e guardati.

Fatti baciare gli occhi dal sole all’alba

e danza i tuoi passi, solleva i tuoi figli, divora gli odori del mattino

calma e sola.

Stringimi il cuore sorella e dimmi…

Dimmi di si,

dimmelo che mi hai capita.

Sembradora

Yo me voy, con el viento

que se va, se va…

yo me voy, lejana

a buscar mi umanidad.

Y pisando los mismos pasos

mis abuelas en mis recuerdos

caminando junto a mi alma

adelante hacia el amor.

 

Yo me voy, mariposa

dando vueltas en mi esplendor

voy solita desde las flores

hasta el manto de tu luz.

Mi lunita hermana estrella

madre eterna, compaňera

en el vuelo a ti te llevo

este eterno corazón.

 

Yo me voy radicando

sembradora que me parió

corto calma mi semilla

cuna tierra magica.

Voy quitandome los miedos

voy creciendo yema y frutos

escuchando del cielo el canto

 con su voz de dualidad.

 

Yo me voy, como el viento

que se va, se va…

yo me voy, lejana

a encontrar la umanidad.

Conversazione con una pietra

  

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
… dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
– Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la mia unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.

– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

– Sale grandi e vuote – dice la pietra
– Ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.

Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

– Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.

– Non ho porta – dice la pietra.

Wislawa Szymborska

Con quale stupro

 Non ti comprendo.

Accade tutti i giorni, tutti i santi giorni.

Siamo fatti della stessa carne ma tu compi orrori immondi

come posso amarti?

Ignori e perdi ogni minuto la via della giustezza

valore della tua vita

dedizione al fuoco

pace.

Fatico in questa nuova veste blu cobalto

a guardare il tuo buio

senza nel profondo scorgere

lo specchio del tuo dolore.

Il mio sguardo severo ti accompagna

e vigila sulle malefatte

non vaneggio vendetta e partecipo come posso a costruire ciò che distruggi.

Quando hai perduto il piacere?

In quale spigolo hai accantonato il tuo bene?

Con quale stupro ti mostri più vigliacco?

Con quanta sete divori gioia vomitando disinteresse e inutilità?

Rialzati danzando

parla

pensa

reagisci

denuncia

illuminati

educa.

Uomo.

Ti tocco e cambio

 

Tutto ciò che tocco cambia

e mi cambia.

 

Di cosa è fatta la vita

se non d’impulso

visioni

emozioni e corpo?

 

Nella relazione dell’istante affonda la sua rete.

Riemerge seta

impalpabile, impaziente, continuamente.

 

Mi tocco e cambio

indossando una nuova pelle

blu cobalto.

 

Luna Madre

 Come posso non farti entrare?

 Sei sole e luna, potente e devastante almeno quanto me.

 

Sei vecchiaia, giovinezza e terra di mezzo, splendore, impulso e solitudine.

Sentirti mi rincuora e inquieta, mi porta nel fondo di ogni canzone del mio battito

dove il suono è profondo, dov’è tamburo.

Sei circostanza, rigidità, bellezza, e perfetto errore

e la veggenza mi stordisce di entusiasmi e singhiozzi.

 

Non sò schivare le onde,

cerco di attraversarle incolume,

cerco e mi cerchio di aria umida evaporando

arcobaleni di stordimento.

 

Quello che sei mi attraversa e risuona

mentre imparo ad esserne

comunque

profondamente felice.